sabato 14 aprile 2018

Do you know Rossini?

Gioachino Rossini. Proprio un bel ragazzo

Sì, va bene, mi dirai. Però con tutto quello che succede nel mondo tu stai lì a farti girare i testicoli per una robina simile?
Lo so, non ne vale la pena. Ma non ci posso fare niente, sono fatto così.
Ma incominciamo dall'inizio.
Siccome Gioachino Rossini (al battesimo Giovacchino Antonio Rossini) è nato nel 1868, quest'anno ricorre il suo 150° anniversario. Ovvio quindi che il Comune di Pesaro, sua città natale, abbia deciso di celebrarlo in pompa magna.
Cosa fa un Comune in questi casi? Prima di tutto mette su un bel comitato, che decide di chiamarsi Rossini 150; poi cerca degli sponsor e trova la Rai, la Conad, e tutta una serie di altri volonterosi; infine chiede e ottiene il patrocinio dell'Unesco, il che non è roba da poco. Fatto questo, si cerca un'agenzia di comunicazione, che in questo caso è la Omnia Comunicazione, con base a Fano. E la Omnia lavora un po' sul progetto e se ne viene fuori con un'immagine e con uno slogan. Lo slogan che quei geni della Omnia trovano è Celebrazioni rossiniane – Pesaro brings Rossini in the world, Rossini brings Pesaro in the world.
E a me girano subito i testicoli. Prima di tutto mi girano per l'inutile utilizzo dell'inglese per una campagna pubblicitaria destinata magari, sì, all'estero, ma anche all'Italia. Davvero sarebbe costato troppo mettere qualcosa in italiano per la campagna italiana?
Ma soprattutto: davvero non c'era una persona, una sola, nella Omnia, o nel comitato messo su dal Comune di Pesaro, in grado di rendersi conto che quel brings Rossini in the world in inglese è un errore che fa ridere anche i polli e che comunque farà ridere tutti gli anglofoni che lo leggeranno? Davvero sarebbe costato troppo fare una telefonata di verifica, o mandare una mail a qualcuno che parla abbastanza l'inglese, o anche solo verificare su internet per assicurarsi che quella frase in inglese era corretta? Pesaro brings Rossini to the world, cacchio! Non in the world! Te la immagini una campagna pubblicitaria di un comitato americano che ti parlerebbe di persone che “fanno decisioni”, solo perché in inglese si dice decision-maker?
Chiamalo provincialismo, chiamalo anglofilia de nojantri, chiamalo stupidità, chiamalo come vuoi, ma a me fa girare i testicoli. E in questi casi c'è un solo rimedio: andarsi a fare un buon caffè. Cosa che vado immediatamente a mettere in cantiere, magari ascoltandomi lo Stabat Mater.

domenica 1 aprile 2018

I cargo del Lago Amaro

Un francobollo fatto a mano, emesso dal cargo cecoslovacco Lednice

Sai com'è al risveglio: certe volte ti vengono in mente cose strane. Oggi è Pasqua e ieri un amico ebreo americano aveva messo su Facebook la ricetta del piatto tradizionale che aveva preparato per Pèsach, la Pasqua ebraica. Probabilmente è per questo che al risveglio mi sono chiesto come cacchio avesse fatto il popolo ebreo per metterci 40 anni per andare dal Cairo a Gerusalemme.
Mi sono alzato, ho aperto il computer, sono andato su Google Maps e ho visto che il viaggio a piedi da una capitale all'altra è di 728 chilometri. Ho fatto due calcoli, partendo da 40 anni che fanno 14.610 giorni (365 x 40 + 10 giorni degli anni bisestili) e ho scoperto che in media gli ebrei avevano fatto un po' meno di 50 metri al giorno. Il che, dobbiamo ammetterlo, non è un granché.
Poi però, rinfrescando qua e là la mia memoria su vari siti, ho visto che il Faraone biblico è spesso identificato con Ramsete II, che non aveva la sua capitale al Cairo, bensì a Pi-Ramses (“Dimora di Ramsete”), un centinaio di chilometri a nord-est del Cairo. La cosa è interessante non solo perché adesso so che dimora in egiziano antico si diceva pi, che è una cosa che può sempre servire, ma anche perché ho visto che da Pi-Ramses a Gerusalemme i chilometri sono solo 706, il che abbassa ulteriormente la media giornaliero-chilometrica dell'Esodo.
Naturalmente tutti quelli che credono nella Bibbia come in un libro sacro sostengono che i 40 anni sono simbolici, come lo fanno per tutte le cose particolarmente bizzarre e assolutamente indifendibili contenute in quel librone, cose tipo la creazione del mondo in 6 giorni (Gen 1-11), i 950 anni di vita di Mosé (Gen 9, 28-29), la storia di Giacobbe che fa nascere animali striati mostrando ai loro genitori non striati dei rami intagliati a strisce mentre si accoppiano (Gen 30, 37-43), il fatto che la lepre sia un ruminante (!) (Lv 11, 6), o che il Sole giri intorno alla Terra (Gs 10-12), tanto per citare alcune delle più divertenti.
Guardando Google Maps però ho scoperto un'altra cosa: Mosè & Co. non avevano nessuna ragione di passare dal Mar Rosso, visto che anche considerando che sia il Golfo di Suez che quello di Aqaba fanno parte integrante del Mar Rosso, andare fin lì per attraversare sarebbe stato un po' come passare da Genova per andare da Torino a Venezia. Si può sempre fare, ma si allunga.
Anche in questo caso naturalmente ci sono quelli che dicono che Mar Rosso è da prendere simbolicamente e che in realtà Mosè e i suoi hanno attraversato uno dei due Laghi Amari, probabilmente il Grande, visto che pare che il Piccolo ai tempi dei Faraoni fosse privo d'acqua. Lasciando momentaneamente perdere la bizzarria dell'ignoto autore che, probabilmente per ignoranza geografica, aveva deciso contro ogni logica di far passare i suoi antenati da un bacino acquifero, ho continuato a passeggiare su Google Maps e Wikipedia, fino a quando è arrivata una sorpresa. Ho trovato una storia che non conoscevo e che vado immediatamente a raccontarti nel caso non la conoscessi nemmeno tu.
Tutto è incominciato il mattino del 5 giugno 1967, mentre il cargo inglese Agapenor stava attraversando il Canale di Suez in un convoglio che comprendeva in tutto quattordici navi. Ora, se vogliamo essere precisi (cosa che vogliamo sempre essere), il Canale di Suez parte, a sud, dal porto di Suez (cosa in sé assai logica) sale a nord fino al Piccolo Lago Amaro, passa nel Grande, riprende la sua forma canalosa (aggettivo da preferire sempre a canaliana, canalese e soprattutto canalotica), passa dal Lago Timsah e fila diritto verso nord fino a Porto Said.
Verso le 9 del mattino del 5 giugno 1967, l'Agapenor era da qualche parte nel Grande Lago Amaro quando improvvisamente i marinai hanno visto uno stormo di caccia israeliani che volavano a bassa quota verso ovest e poco dopo hanno sentito dei grossi boati. Un paio d'ore prima, il comandante era stato informato dell'inizio di quella che sarebbe diventata la Guerra dei Sei Giorni, quindi non si stupì. Quello era l'attacco preventivo degli israeliani, preventivo come tutti glmi attacchi di tutti quelli che alla fine vincono la guerra. Il comandante decise però di gettare l'ancora al centro del lago, il che gli sembrava molto meno rischioso che continuare lungo il canale. I comandanti degli altri tredici cargo fecero la stessa cosa. Saggia decisione.
Senonché gli egiziani decisero rapidamente di chiudere il canale, sia a nord che a sud, facendo affondare due navi che avevano lì e delle quali probabilmente non avevano gran bisogno e, già che c'erano, distruggendo pure un ponte. E le 14 navi, che, detto per inciso, battevano bandiera inglese (4), tedesca, svedese, polacca, (2 ciascuna), bulgara, statunitense, cecoslovacca e francese (1 ciascuna), restarono bloccate… per otto anni.
In realtà nessun membro di nessun equipaggio fu costretto a passare otto anni in mezzo a un lago amaro in pieno deserto. Dopo i primi tre mesi tutti furono sostituiti da equipaggi più ridotti, che a loro volta furono poi sostituiti ogni tre mesi. Però, nonostante questo alternarsi di persone diverse, incominciò rapidamente a formarsi una strana ed eterogenea comunità. Le navi dovevano essere mantenute in buono stato e ogni tanto i comandanti ordinavano di accendere i motori e di fare un giretto nel lago, senza però avvicinarsi troppo alle rive, visto che da una parte c'era l'esercito egiziano e dall'altra quello israeliano, entrambi piuttosto nervosetti.
I marinai passavano il tempo come potevano, facendosi trainare su una tavola da surf dalle scialuppe di salvataggio, approfittando della piscina della nave svedese Killara, del piccolo cinema della bulgara Vasil Levski, del vasto ponte dell'inglese Port Invercargill per dei tornei di calcio e perfino di una sala della tedesca Norwind per le messe domenicali.
Nell'ottobre del '67 gli equipaggi, riuniti a bordo della svedese Melampus, fondarono la GBLA, la Great Bitter Lake Association, che l'anno successivo organizzò i Giochi Olimpici di Bitter Lake proprio mentre a Città del Messico si svolgevano gli altri. Quelli di Bitter Lake comprendevano tra l'altro prove di vela, tuffi, corsa a piedi, salto in alto e tiro a segno, oltre ai tornei di calcio e di pallanuoto. I giochi furono sponsorizzati dal Daily Express londinese e il medagliere vide vincitori i polacchi, seguiti dai tedeschi e dagli inglesi.
Nessuno ricorda esattamente quale nave emise i primi francobolli fatti a mano, ma ciò che è sicuro è che il governo egiziano li riconobbe come emissioni ufficiali e che oggi quei francobolli sono molto ricercati sul mercato filatelico.
Altra certezza: qualora dei futuri archeologhi (o se preferisci archeologi, per me è lo stesso) dovessero scavare un giorno sul fondo di quello che oggi è il Lago Amaro, sarebbero probabilmente sorpresi dal ritrovamento, bottiglia più, bottiglia meno, di circa un milione e mezzo di bottiglie di birra, più un numero imprecisato di bottiglie di vino, tutte rigorosamente svuotate in otto anni dagli equipaggi britannico-statunitenso-cecoslovacco-tedesco-franco-polacco-bulgaro-svedesi. La stima del numero di bottiglie la dobbiamo a tale Arthur Kensett, comandante della Port Invercargill a partire dal 1969, che ringraziamo vivamente anche se, visto che se di mestiere faceva il comandante di cargo trentanove anni fa, oggi ha buone probabilità di trovarsi sotto terra.
Nel corso degli otto anni dal '67 al '75, tremila uomini si sono avvicendati sulle 14 navi, alle quali ne va peraltro aggiunta una quindicesima, la statunitense Observer, isolata sul vicino Lago Timsah. Nel 1969 tutti gli equipaggi furono drasticamente ridotti e i membri della GBLA passarono da 200 a 50 tra giugno e dicembre. Il canale fu finalmente riaperto nel 1975.
Il libro Stranded In The Six-Day War, di Cath Senker, che racconta tutta la storia, è diponibile su Amazon.uk per la modica somma di 11,99£ e se credi che io non me lo compri ti sbagli di grosso. Non subito però; prima vado a farmi un buon caffè.

lunedì 19 marzo 2018

Jane



Ieri sera ho visto un bel documentario. Intitolato semplicemente Jane, è essenzialmente un montaggio a partire da un centinaio di ore di immagini girate negli anni '60 da Hugo van Lawick per il National Geographic.
Non sono un fan del National Geographic, che ha sempre prodotto immagini troppo patinate e che troppo spesso — come lo ammette onestamente la direttrice attuale della rivista, Susan Goldberg, nel numero datato aprile 2018 e interamente dedicato ai problemi razziali — hanno offerto ai lettori visioni paternaliste e perfino razziste delle civiltà non occidentali. Per gli stessi motivi non sono un fan del canale televisivo della NG. Ma questo documentario volevo proprio vederlo, perché la Jane del titolo era Jane Goodall.
Di lei mi aveva parlato per la prima volta nel 1969 la mia amica Chiara, allora studentessa in veterinaria ed entusiasta raccontatrice di storie di scimpanzé e gorilla. Il suo entusiasmo mi aveva contagiato e tre anni dopo, a New York, vedendo in libreria un'edizione tascabile di In the Shadow of Man, il terzo ma di gran lunga più famoso libro della Goodall, lo comprai e lo lessi avidamente. Quel libro ce l'ho ancora, anche se le pagine, più che ingiallite, sono ormai brunite dal tempo. Una decina di anni fa, quando mi sono separato dalla maggior dei libri che avevo in casa regalandoli a una biblioteca, questo è uno dei pochi che ho tenuto, uno dei pochi dai quali non ho potuto separarmi. Quindi è ovvio che ieri sera abbia guardato quel documentario. Bello.
Jane Goodall è un personaggio affascinante. Nata nel '34 a Londra, fece conoscenza col suo primo scimpanzé a 4 anni. Lui si chiamava Jubilee ed era un peluche. Lei era troppo giovane per dirgli "Tu Jubilee, io Jane", ma non importa.
Un po' più tardi, Jane lesse la serie di libri del Dottor Dolittle, che raccontavano di un medico che, lasciando da parte gli umani, si metteva a curare animali, dei quali capiva e parlava la lingua, per poi diventare naturalista.
A 23 anni, dopo avere lavorato un po' come dattilografa e poi come cameriera non parlo più di Dolittle, riparlo di Jane), spese tutti i suoi risparmi nell'acquisto di un biglietto per il Kenya, dove una sua amica d'infanzia l'aveva invitata. Il Kenya a quei tempi era ancora una colonia britannica, da vari anni teatro di quella rivolta dei Mau-Mau che l'avrebbe portato all'indipendenza dal Regno Unito nel dicembre del '63.
A Nairobi Jane ottenne un appuntamento dal famoso paleoantropologo Louis Leakey, i cui ritrovamenti avevano dimostrato che l'homo sapiens veniva dall'Africa e non dall'Asia, come si credeva allora. Lei voleva solo incontrare uno dei suoi idoli, sperava di poter parlare un po' con lui del suo tema preferito, gli animali selvaggi dell'Africa, ma lui l'assunse come segretaria. Sarebbe logico pensare che all'inizio Leakey fu solo colpito dall'entusiasmo di quella magrissima biondina dalla coda di cavallo da Alice nel paese delle meraviglie e dagli incisivi da Bianconiglio, ma da quanto racconterà poi la stessa Goodall le avances del cinquantaquattrenne scienziato con moglie e tre figli lasciano supporre altri motivi. Ma non importa. Lei riuscì, con quella calma, quella pazienza e quella determinazione che caratterizzeranno poi tutto il suo lavoro, a calmare i bollori del suo datore di lavoro, che finì per capire che non c'era niente da fare.
Leakey, che quando non si lasciava sopraffare da quelle tempeste ormonali che a una certa età sono un chiaro sintomo dell'avvicinarsi della senilità e che io stesso, vabbè, lasciamo perdere. Leakey, dicevo, da grande ammiratore di Darwin, era convinto che gli uomini e i grandi primati avessero degli antenati comuni, il che, per strano che possa sembrare oggi, una sessantina di anni fa non era ancora accettato da tutti. Pensava anche che solo uno studio in loco di scimpanzé, gorilla e oranghi avrebbe permesso di trovare conferme a questa sua idea. Quando conobbe Jane, si disse che il fatto stesso che non aveva mai messo i piedi in un'aula universitaria sarebbe stato un vantaggio, perché l'avrebbe lasciata libera dai preconcetti dell'insieme del mondo scientifico. Le propose quindi di andare a studiare il comportamente degli scimpanzé in culo al mondo, che in quel caso era la Tanzania occidentale. Lei accettò con entusiasmo. 
Prima però, forse per non esagerare con l'ottimismo, Leakey la rimandò per un anno a Londra, per una rapida formazione di base sia con il primatologo Osman Hill che con lo specialista dell'homo abilis John Napier.
Di ritorno in Africa, il 14 luglio 1960 Jane arrivò nel Parco Nazionale del Gombe Stream, sulle rive di quel lago Tanganica che funge da confine tra Tanzania e Congo. Da notare però che le autorità britanniche avevano escluso nella maniera più assoluta di permettere a una ventiseienne biondina londinese con coda di cavallo e denti da coniglio di andarsene da sola nella foresta equatoriale, il che pareva tanto più ragionevole che la città più vicina al suo luogo di destinazione previsto, Kigoma, era inondata da migliaia e migliaia di congolesi che, attraversando in un modo o nell'altro i 40 chilometri di lago, erano sfuggiti alle crudeltà della guerra civile per venirsi a rifugiare in quello che allora era ancora il Tanganica e che sarebbe poi diventato la Tanzania. Jane contornò quel divieto nella maniera più semplice, chiedendo alla madre di accompagnarla. Reazione molto british. Soprattutto da parte della madre, che accettò senza indugi. 
È così che Jane diventò la prima delle Trimates, come dicono gli anglofoni unendo il prefisso tri al sostantivo primati in riferimento alla stessa Goodal, a Dian Fossey, che studierà i gorilla in Ruanda e a Biruté Galdidas che farà lo stesso con gli oranghi nell'isola del Borneo. Tutt'e tre partiranno grazie a Leakey.
Sai cosa? Mi fermo qui. Sì, lo so, potrei racconrati anche altre cosqe belle, ma per oggi ho scritto abbastanza. E poi non ho voglia di parlarti del documentario. Ti dirò solo che a me è piaciuto e quando mi sono alzato dalla poltrona sono andato a prendere il libro della Goodall dallo scaffale e me lo sono portato in camera da letto in vista di una prossima rilettura. So che su Sky il documentario ripasserà. Se fossi in te, io me lo guarderei.Però fai tu.
Ah, un ultimo dettaglio: il fotografo Hugo van Lawick a cui ho accennato all'inizio si chiamava in realtà Hugo Arndt Rodolf, Barone di Lawick. Siccome ha poi sposato Jane Goodall, lei è baronessa. O lo è stata. Divorziando da un barone la ex-moglie resta baronessa? Boh. Per fortuna la Regina Elisabetta l'ha fatta Dame Commander of the Order of the British Empire, il che magari non fa di lei una Baroness, ma una Dame sì. E questo è sempre meglio di niente.
Mo' vado a farmi un caffè.

mercoledì 7 marzo 2018

Un interessante comitato



Questo è il Primo Ministro indiano. No, non quello sullo sportellone dell'aereo, quello con le mani giunte. Si chiama Narendra Damodardas Modi e si è messo in testa di riscrivere la storia dell'India. Il suo scopo è di dimostrare che L'india è sempre stata e deve continuare a essere induista e che quindi i più o meno 260 milioni di musulmani, buddisti, jain, cristiani, sikh e zoroastriani sono dei puzzoni. 
Che vedesse i musulmani come cittadini di seconda classe, Modi lo aveva già ampiamente dimostrato durante i progrom anti-islamici del 2002 nel Gujarat, stato del quale era Chief Minister. In quell'occasione perirono 1.144 persone secondo le autorità, più di 2.000 secondo varie fonti indipendenti, e ci furono 150.000 profughi.

Da quando è diventato Primo Ministro, Modi non ha mai smesso di promuovere il nazionalismo religioso, anche con dichiarazioni imbarazzanti. Un articolo dell'agenzia Reuters ricorda che in occasione dell'inaugurazione di un ospedale di Mumbai Modi disse:

Noi adoriamo Ganesh e forse a quei tempi c'era un chirurgo plastico che mise la testa di un elefante sul torso di un uomo. Ci sono molte aree allo sviluppo delle quali i nostri antenati hanno largamento contribuito.

Niente da obiettare, Mister Modi: in fondo anche in Occidente c'è chi è convinto che la Terra sia stata creata 5.000 anni fa da un signore con barba bianca e triangolo dorato dietro la testa che poi ha avuto un figlio da una vergine rimasta tale dopo il parto.

La Reuters rivela che il governo Modi ha messo in piedi un bel comitato di 14 membri con lo scopo di dimostrare: 1) che gli indiani moderni sono i discendenti dei popoli che abitavano l'India molte migliaia di anni fa e non di quelli che l'hanno invasa 3.000 anni fa e 2) che testi come Il Ramayana e il Mahabharata dicono tutta la verità e vanno presi alla lettera.

Il comitato è presieduto da un tale K. N. Dikshit, il cui cognome, almeno foneticamente, significa cacca di pene, il che non lascia presagire granché di buono. E infatti Mr. Dikshit ha candidamente dichiarato che gli era stato chiesto un rapporto che potesse aiutare il governo a riscrivere alcuni aspetti della storia antica
Non per vantarmi di avere scritto tre righe fa il che non lascia presagire niente di buono, ma quando un governo si mette in testa di riscrivere la storia, non a caso chiede aiuto a delle cacche di pene.

Dietro queste porcate c'è il potente RSS, Rashtriya Swayamsevak Sangh (Organizazione Volontaria Nazionale), che da anni sostiene attivamente il partito di Modi, il BJP (Bharatiya Janata Party, ovvero Partito del Popolo Indiano). L'RSS si è distinto nel 1992 partecipando all'organizzazione della distruzione di una moschea del XVI secolo nella città di Ayodhya, nell'Uttar Pradesh. Quell'incidente incidente negli anni successivi è stato all'origine della morte di varie migliaia di persone nel corso di manifestazioni, pogrom e altre spedizioni e controspedizioni punitive in giro per l'India.

Il comitato, ufficialmente chiamato comitato per lo studio olistico dell'origine e dell'evoluzione della cultura indiana a partire da 12.000 anni fa e ai suoi interscambi con altre religioni del mondo, il che non è poco, è stato istituito dal Ministro della Cultura, Maresh Sharma, un medico, che i giornalisti della Reuter citano tra virgolette: “Venero il Ramayana e credo che sia un documento storico. Chi crede che si tratti di finzione si sbaglia completamente.”

È bene ricordare che il Ramayana racconta tra l'altro che il dio Rama, volendo liberare la moglie Sita, tenuta prigioniera dal demone Ravana sull'isola di Lanka (attuale Sri Lanka), si alleò con il re delle scimmie. Le stesse scimmie costruirono un ponte tra l'India e lo Sri Lanka, ponte fatto di pietre che galleggiavano perché su ognuna di loro c'era inciso il nome di Rama. E mi fermo qui.

Sia chiaro: il Ramayana è molto bello, su questo non ci piove. Ma anche la storia di Zeus e Leda, o quelle di Orfeo ed Euridice, della nascita di Atena e della mela d'oro lo sono. Non per questo si deve temere di essere smentiti affermando che chiunque sostenga che sono meno fittizie di quella di Biancaneve e dei sette minatori diversamente alti è matto come un equus caballus. (Il latino è per fare il figo)

Che sia per questo che il ministro ha nominato tra i membri del comitato un certo Professor Santosh Kumar Shukla, che ha detto ai giornalisti della Reuters che crede che la cultura indiana sia vecchia di milioni di anni? Qualcuno può per favore ricordargli che homo sapiens è apparso sulla Terra, anno più, anno meno, tra 200.000 e 300.000 anni fa e che è solo — anche qui anno più, anno meno — 70.000 anni fa che ha deciso di andare a vedere se fuori dall'Africa si stava meglio? Grazie.

Viviamo davvero in un'epoca formidabile. La stupidtà, sorella gemella del fanatismo religioso, dilaga ovunque. Anche, ahinoi, in quell'India che ha visto la nascita di alcune delle religioni più tolleranti del mondo.

A parte andare a farmi un caffè, non saprei proprio come reagire.

sabato 3 marzo 2018

Ouagadougou mon amour



Questa bella ragazza, sempre pronta ad accoglierti al suo fianco su una panchina, si trova all'ingresso del Centre Culturel Français di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. Ieri mattina, verso le 10, a una cinquantina di metri da lei, praticamente sul marciapiedi di fronte, un gruppetto di uomini armati ha prima fatto saltare per aria un'automobile parcheggiata, poi ha incominciato a sparare sui passanti ed è entrato nella sede dello Stato Maggiore dell'esercito burkinabé. Allo stesso momento un altro gruppo armato tentava di dare l'assalto all'ambasciata francese, a un paio di chilometri da lì. Verso mezzanotte il Ministro della Sicurezza, Clément Sawadogo, ha comunicato in una conferenza stampa che 8 assalitori e 8 militari burkinabé erano stati uccisi e che i feriti erano 80, ma questa mattina il giornale-radio francese parlava della possibilità di 30 morti.
Sono stato più volte a Ouagadougou. Nel 2005 ci ho passato un mese intero. Dirigevo un seminario di formazione per marionettisti allo Spazio Culturale Gambidi, un po' in periferia, ma dormivo in un albergo sullo stesso marciapiedi del Centre Culturel. Al mattino era una macchina del Centre che mi portava a Gambidi, ma al pomeriggio tornavo seduto sul portabagli di un motorino cinese guidato da uno dei miei stagisti, che zigzagava allegramente nel traffico dei viali polverosi della capitale.
Ho molto amato il Burkina Faso. I francesi l'avevano chiamato Alto Volta, dal nome del fiume che ha origine nel paese e poi va a gettarsi nel Golfo di Guinea dopo aver attraversato il Ghana da nord a sud. È Thomas Sankara, “il Che Guevara africano”, che l'ha chiamato Burkina Faso, “la terra degli uomini integri.”
Dal medioevo alla metà dell'800 quella parte di Africa Occidentale ospitava il regno dei Mossi, popolo fiero, che seppe resistere per secoli a tutti i tentativi di invasione e anche di penetrazione dell'Islam. Poi arrivarono i francesi e dissero che quella era terra loro. Tracciarono arbitrariamente delle frontiere, prima dicendio che quelle terre erano parte integrante dell'Africa Occidentale Francese, poi dividendole un po' tra Costa d'Avorio, Mali e Niger, poi cambiando idea e dicendo che facevano parte della Costa d'Avorio, poi cambiando di nuovo e inventandosi l'Alto Volta. Il tutto nel giro di un centinaio di anni. Nel frattempo avevano distrutto il tessuto sociale, cancellato le tradizioni, imposto una nuova lingua, nuove leggi, nuovi comportamenti e dei libri di storia che incominciavano con Nos ancêtres, les Gaulois (i nostri antenati, i Galli), come lo sanno tutti quelli che sono nati nelle colonie francesi in giro per il mondo.
Sì, ho molto amato il Burkina Faso e ho spesso notato come nei paesi vicini, come il Mali e il Niger, ma anche il Senegal, che è un po' più in là, il Burkina avesse la reputazione di ospitare popoli onesti e lavoratori. Dico popoli al plurale perché le frontiere coloniali non hanno mai tenuto conto dei popoli, ma solo degli interessi dei colonizzatori. Le frontiere dei paesi africani sono linee immaginarie e decise a Parigi, a Londra, a Berlino, a Lisbona, a Bruxelles e un po' anche a Roma. Posti lontani dove nessuno perdeva tempo a chiedersi che senso avrebbero avuto quelle linee e che tensioni avrebbero creato tra popoli diversi, che avevano sempre vissuto in maniera autonoma e che improvvisamente si scoprivano cittadini (di seconda classe, ovviamente) di paesi inventati. Allora è sempre bene ricordare che nel Burkina Faso non vivono solo i Mossi, ma anche i Gurunsi, i Bobo, i Senufo, i Fulbe e molti, molti altri.
Stamattina, quando ho sentito dell'attentato di ieri, forse perché dieci minuti dopo essersi svegliato uno è un po' più sensibile, o fragile, non so, sono andato in sala e ho preso in mano la iena di bronzo che mi piace tanto. L'ho comprata in un negozietto tra il Centre Culturel e lo Stato Maggiore, dietro il grosso leone di cemento con la targhetta che spiega che quello è un monumento simbolo dell'amicizia tra la comunità urbana di Lione e la città di Ouagadougou e che è stato inaugurato il 12 febbraio 2000


Già, cent'anni di colonizzazione, di appropriamento indebito, di distruzione di tutto ciò che c'era da distruggere, e poi un bel monumento di cemento come simbolo di amicizia.
Vallo a raccontare a Augustin Varin, morto il 9 ottobre del 1918 e sepolto nel piccolo cimitero militare francese di Ouagadougou. A quel cimitero si accede dalla platea del teatro del Centre Culturel, attravreso una porticina in ferro. La chiave ce l'ha uno dei custodi. È per puro caso che un giorno l'ho visto aprire quella porticina e passare dall'altra parte, dove ho intravisto delle tombe. L'ho subito seguito. 

 
C'erano già stati attentati a Ouagadougou negli ultimi anni, all'Hotel Splendid, al caffè Cappuccino, all'Aziz Istanbul e al Taxi Brousse. Ce ne saranno altri, non c'è bisogno di essere un profeta per immaginarlo.
Ho rimesso la mia iena sulla sua mensola. Ho guardato il quadro di fianco alla poltrona, non firmato, ma dipinto da un pittore burkinabé. Quando sono uscito di casa per andarmi a comprare il giornale, ho accarezzato la piccola spirale di bronzo che da anni è fissata al mio portachiavi.
E poi mi è tornata in mente un'altra foto. L'ho scattata una domenica pomeriggio. Eravamo andati non so più dove con il direttore del Centre Culturel e stavamo tornando indietro. Avevo la macchina fotografica in mano e il finestrino abbassato. Ogni tanto scattavo, d'istinto. Per questo l'immagine è leggermente storta e anche un po' sfuocata. Ma non importa. Questa foto l'ho sempre trovata assurda. Piena di quell'assurdità che un po' dappertutto in Africa ti sorprende e ti suscita una risata. Ma poi ti accorgi che la risata ti si ferma in gola e diventa amara e non sai più cosa farne. E di colpo ti senti solo e ti chiedi cosa ci fai lì, a scattare foto e a insegnare come si muovono le marionette.

 
E anni dopo, quando senti parlare di passanti uccisi da pallottole, di passanti che magari stavano proprio andando al Centre Culturel, dove magari avevano appuntamento ai tavolini del caffè di fianco alla panchina dove quella ragazza sorridente e colorata è sempre pronta ad accoglierti al suo fianco, ti accorgi di avere un nodo in gola e di avere voglia di gridare e magari anche un po' di piangere. Poi vai a comprare il giornale e guardando la prima pagina ti torna in mente che domani si va a votare e il nodo in gola si fa ancora ancora più grosso e quasi ti impedisce di respirare. E per continuare a camminare sotto la pioggia devi sforzarti, devi pensare al caffè che ti aspetta al bar e che magari almeno una briciola di quel nodo se la porterà via.

giovedì 1 marzo 2018

Oggi ceci



Ieri pomeriggio ho fatto cuocere dei ceci. Come sono solito fare in questi casi, ne ho messi in pentola più del necessario, dicendomi che il resto l'avrei usato nei prossimi giorni, magari per un bell'hummus, o una pasta e ceci, o altro.
Stamattina, aprendo il frigorifero in vista della prima colazione, mi sono reso conto che i ceci rimasti erano un po' tanti e ho deciso di dividerli in due, mettendone una metà nel freezer. Stavo travasando ceci da un contenitore medio a un contenitore piccolo quando mi è venuto da chiedermi da dove venisse la parola cecio. E poi: cecio o cece? E ancora: perché in inglese si chiama pisello di gallina (chickpea) Perché invece gli americani lo chiamano garbanzo bean (fagiolo garbanzo)? E i francesi, perché lo chiamano pois chiche?
Non preoccuparti: anch'io certe volte mi dico che la mia mente funziona in modo strano. Ma non ci posso far niente, sono curioso. Soprattutto quando si tratta di cose che probabilmente non serve a niente sapere.
Sbarazziamoci subito delle traduzioni, incominciando dall'inglese, lingua nella quale a quanto pare la parola chickpea non vuole affatto dire pisello di gallina: quel chick deriverebbe dal francese chiche (misero), derivato a sua volta dal latino cicer, che già significava cece. In latino però c'è anche ciccum, parola che in origine indicava la membrana che ricopre i chicchi della melagrana e che in italiano si chiama cica. La stesso ciccum col tempo venne poi ad indicare una piccola quantità di qualcosa, un generico nonnulla.
Speravo che questo mio post avrebbe potuto essere essere ordinato, proseguendo logicamente da un punto al seguente, ma quando si tratta di etimologie — ed è questo il bello — non si può mai procedere in linea retta. Ogni derivazione è un rimando a qualcos'altro, che suscita nuove curiosità. Quindi non esitiamo a procedere in maniera del tutto disordinata.
Nel latino cicer non è difficile individuare la radice del cognomen Cicero. C'è chi sostiene che Cicerone si chiamasse così perché uno dei suoi antenati si era arricchito con il commercio di ceci; c'è invece chi sostiene che un altro dei suoi antenati avesse sul naso un bitorzolo grosso come un cece. Nessuno parla di un antenato che commerciava in ceci e che contemporaneamente aveva un bitorzolo sul naso, ma non importa.
Tornando all'inglese, l'Oxford English Dictionary, autorità assoluta in questo campo, ha la gentilezza di informarmi che la parola chich è presente in Inghilterra in non so più quale testo scritto nel 1388 e rispunta poi fuori nel 1548 nella frase cicer may be named in English cich, or ciche pease, after the Frenche tongue (il cece in inglese può essere chiamato chich, o chiche pease, dalla lingua francese).
Visto che è venuto fuori il francese, la parola chiche, che si pronuncia ʃiʃ, (ovvero scish) è abbastanza comune, ma in un senso molto diverso. La si usa come risposta a qualcuno che dice “scommettiamo che non saresti capace di …?” ed è quindi traducibile con “scommettiamo!” La si può anche usare nell'espressione tu n'es pas chiche (non sei chiche), che vuol dire non hai il coraggio (di fare ciò di cui si sta parlando). È vero che significha anche misero, avaro, meschino, o scarso, come me lo indica il dizionario Larousse, ma in quel senso viene ormai usata molto poco.
Quanto alla versione americana, garbanzo bean viene direttamente dallo spagnolo medio garbanço, già presente nel 1565, che a sua volta deriva da algarroba, ovvero dall'antico arvanço, che deriverebbe dal gotico arwaits, che deriverebbe dal protogermanico arwīts, che avrebbe la stessa radice del latino ervum, che come tutti sappiamo si traduce in italiano con veccia, che è poi il nome regionale che viene dato qua e là a varie leguminose selvatiche dei generi Lathyrus e Lotus. E vista la fatica fatta per scrivere l'ultima frase, mo' mi riposo un momento.

Fatto.
A questo punto devo confessarti che mi ritrovo con una serie impressionante di pagine aperte sul mio navigatore e che non mi ricordo più come sono arrivato ad alcune di loro. Trovo per esempio il dizionario spagnolo-italiano aperto alla parola guisante, che pare voglia dire pisello e che è anche omonima di quell'algarroba che voleva dire carruba. Trovo la pagina che Wikipedia dedica al Capitulare de villis, un decreto emanato negli ultimi anni del regno di Carlo Magno, verso la fine dell'VIII secolo, per disciplinare le attività rurali, agricole e commerciali delle aziende agricole dell'impero o ville. Trovo un pagina di Google Maps nella quale appare il paesino di Dimina, nella Tessaglia greca. Trovo una pagina sulla quale posso iscrivermi a un corso di sami, lingua della Lapponia. Trovo la pagina che l'Enciclopedi Treccani dedica a Domenico di Giovanni, detto il Burchiello, poeta nato a Firenze da un legnaiuolo, Giovanni, e da una tessitrice, Antonia, nel 1404. Premettendo che di mestiere il Burchiello faceva il barbiere, la Treccani mi dice che il suo soprannome viene dai versi alla "burchia", genere di poesia comico-realistica che ebbe nel barbiere fiorentino, se non l'inventore, certo uno dei più brillanti creatori e divulgatori, tanto che dal genere stesso, secondo A. F. Grazzini detto il Lasca, curatore di una edizione dei sonetti di D. nel 1552, derivò il soprannome di Burchiello.
E vedendo queste pagine godo come un grillo. E godo ancora di più quando mi accorgo che cliccando arbitrariamente sul terzo link che ognuna delle pagine citate mi offre, arrivo sull'aggettivo spagnolo guisado, che vuol dire in umido, sulla lista degli avvenimenti e dei personaggi importanti dell'VIII secolo, sul sito del Museo delle Tegole e dei Mattoni della città di Volos, su un altro sito che mi parla di una lingua parlata solo da 300 finlandesi e sulla pagina che la Treccani dedica a Siena. E godo ancora di più dicendomi che a questo mondo tutto è legato a tutto e che se almeno internet servisse a farlo capire a un po' più di gente, magari il mondo si metterebbe ad andare un po' meglio. Ma poi mi dico anche che quando mi metto a pensare cose così mi sento un po' ridicolo e a questo punto ti lascio perché prima di partire alla ricerca di poesie del Burchiello sento il bisogno di farmi un buon caffè.

No, aspetta, dimenticavo una cosa. Visto che ho parlato di ceci, ci tenevo a regalarti una chicca poco conosciuta, un breve testo di Italo Calvino pubblicato a Parigi dalla Bibliothèque Oulipienne, credo nel '75. Si tratta, come lo spiega lo stesso autore, di
un brevissimo testo narrativo la cui chiave viene data in fondo: [...] [il testo] equivale semanticamente a un altro testo di poche sillabe che a sua volta equivale foneticamente alla successione d'una consonante e delle cinque vocali come nei sillabari: BA-BE-BI-BO-BU, CA-CE-CI-CO-CU, DA-DE-DI, DO-DU, e così via per tutte le consonanti dell'alfabeto.
Se la spiegazione ti pare complicata, non temere: il testo vero e proprio non lo è:

CIA-CE-CI-CIO-CIU
L'istituzione delle Comuni, nella Cina di Mao, si scontrò agli inizi contro gravi difficoltà. La distribuzione dei generi alimentari avveniva in modo irregolare e i magazzini di vendita al pubblico restavano talora completamente sprovvisti. Poteva succedere che una massaia che chiedeva allo spaccio la sua razione di legumi si sentisse rispondere che le scorte erano finite e che nel negozio vuoto non restava che il ritratto del primo ministro appeso al muro.
Ci ha ceci?
Ci ho Ciu.

Vabbè, se non sapevi che Ciù En-lai è stato a lungo primo ministro della Cina maoista, allora sallo!

mercoledì 31 gennaio 2018

Vonnegut Forever


Ho deciso di rileggermi un po' di Vonnegut. Credo che sia una saggia decisione. Ho deciso di incominciare da quello che in italiano è stato tradotto con il brutto titolo di Ghiaccio-nove. In versione originale s'intitola Cat's Cradle, cioè…
Un momento. Qui bisogna essere precisi. Se la traduzione letterale di cat's cradle in italiano è culla di gatto, quella corretta è ripiglìno. Attenzione però: se dico ripiglìno non lo faccio in riferimento a quel gioco rinascimentale che consisteva nel tirare in aria noccioli, o monete, o sassi cercando poi di riprenderli con il dorso della mano, bensì a un altro gioco, del quale la culla è solo una delle figure possibili.
Ma allora, se il ripiglino non è quel gioco rinascimentale che consisteva nel tirare in aria noccioli, o monete, o sassi cercando poi di riprenderli con il dorso della mano, cosa diavolo è?, mi chiederai. Ah, lo sapevo. Anzi lo speravo. Speravo di non essere l'unico a ignorare l'esistenza di quell'altro ripiglino. Grazie.
Chi sapeva benissimo cosa sia il ripiglino che ci interessa qui è Wikipedia, che gentilmente me lo ha spiegato:
Il ripiglino, giocato con un filo, viene fatto da due o più persone usando la mani ed una cordicella. Consiste nel formare figure intrecciando a turno la cordicella intorno alle proprie dita.
Ciascuno dei partecipanti "ripiglia" il filo dalle mani del precedente ottenendo un nuovo intreccio; vi sono figure conosciute che hanno un nome (culla, materasso o graticola, candele) e che si ottengono per mezzo di mosse definite. In genere, si inizia dalla culla.
Ah, la culla! Pare che la culla sia la figura più semplice del ripiglino, la prima che si impara. Tant'è che cercando su altri siti ho visto che culla del gatto è un altro nome del ripiglino. Il che ci riporta a Cat's Cradle. Che è un libro bellissimo. E infatti parla del bokononesimo, l'unica religione il cui libro sacro incomincia con una frase che dovrebbe essere l'incipit di tutti i libri sacri del mondo: All of the true things that I am about to tell you are shameless lies, ovvero “Tutte le cose vere che sto per dirvi sono spudorate bugie”.
Cat's Cradle incomincia invece con tre parole che ci ricordano immediatamente Moby Dick: ma laddove Melville iniziava da Call me Ishmael (Chiamatemi Ismaele), Vonnegut inizia con Call me Jonah. My parents did, or nearly did. They called me John (Chiamatemi Giona. I miei genitori l'hanno fatto, o quasi. Mi hanno chiamato John). Il che è un inizio meraviglioso.
Ma posso fare una digressione? Dai, dimmi di sì! Grazie.
Farò una digressione per tornare un istante su quel Call me Jonah che per qualsiasi statunitense che abbia frequentato la scuola dell'obbligo è un po' come Ei fu. Siccome immobile, oppure Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate per noi.
Di solito Call me Ishmael è tradotto come l'ho fatto io, cioè chiamatemi Ismaele. Ma quella traduzione è tanto letterale quanto inesatta. In realtà se un americano ti chiede come ti chiami e tu gli rispondi Call me Pinco Pallino (che se ti fa piacere puoi anche pronunciare pinko pellàino), quello capisce due cose: 1) che non vuoi dirgli come ti chiami e 2) che di sicuro non ti chiami Pinco Pallino. Per cui la traduzione giusta di Call me Ishmael dovrebbe essere “Chiamatemi pure Ismaele”, o “Potete chiamarmi Ismaele”, o qualsiasi altra formula che sia meno sgarbata di “Come mi chiamo sono cazzi miei, voi tutt'al più potete chiamarmi Ismaele, sennò fate pure come il Baglioni e andate fuori dai coglioni”.
E dopo questa interessantissima digressione torniamo a Vonnegut.
Cat's Cradle è uscito nel 1963, io l'ho letto una decina d'anni dopo. Nel giro di meno di un mese avevo letto anche i suoi cinque altri romanzi già pubblicati. Poi, negli anni seguenti, man mano che uscivano, ho letto gli altri otto, più vari libri di racconti e cazzeggi vari. Qualcuno devo averlo perso, o prestato a una di quelle persone che mi fanno rimpiangere che Dio non esista, visto che se esistesse lo pregherei tutti i giorni di stramaledire quei fetenti che non restituiscono i libri prestati e di scaraventarli in fondo al muscolo sfintere anale esterno di Belzebù.
Aggiungerò soltanto che tra i personaggi importanti di Cat's Cradle ci sono Felix Hoenikker, padre della bomba atomica, una bellissima ragazza che di nome fa Mona (e di cognome Aamons Monzano), e naturalmente Bokonon, fondatore del Bokononesimo, nato Lionel Boyd Johnson ed ex-studente della London School of Economics.
Sul retro della prima edizione tascabile di Cat's Cradle c'era scritto:
Cat's Cradle tratta di scienziati atomici, di brutti americani, di stupende regine del sesso, di nani vendicatori, di dittatori caraibici, di becchini, di un modo nuovo di fare l'amore, di ghiaccio-nove, di Bokononesimo, della fine del mondo.
Detto questo, se non hai ancora letto Vonnegut e non intendi leggerlo… Mah...